Il filone dei film italiani contemporanei sulla malavita trova con Suburra uno dei migliori prodotti, grazie anche a un ottimo cast.

di Paolo Merenda

Claudio Amendola, Elio Germano, Alessandro Borghi, la pluripremiata Greta Scarano (per questa interpretazione ha vinto il Ciak d’oro e il Nastro d’argento) e Pierfrancesco Favino sono solo alcuni dei volti noti del film Suburra di Stefano Sollima, basato sull’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini.

Proprio riguardo Favino, che fu tra l’altro mattatore sul palco del Festival di Sanremo, che ha presentato nel 2018 con Claudio Baglioni e Michelle Hunziker, ci sarebbe molto da dire. Molto molto versatile, e non a caso presente in diverse pellicole americane (uno dei più richiesti fuori dai confini italiani) come Una notte al museo, dove ha recitato di fianco a Robin Williams, in Suburra ha il ruolo di un politico dedito a imbrogli e sotterfugi, anche se a tratti molto combattuto. Pierfrancesco Favino, che festeggia oggi il compleanno, visto che è nato il 24 agosto 1969, è stata la scelta giusta per qualcuno che doveva mostrare diverse sfaccettature.

Ma, oltre lui, come non citare Alessandro Borghi, un vero e proprio trasformista alla luce di come è dimagrito per Sulla mia pelle, film sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi. Borghi riesce con il personaggio di Numero 8 (che poi nella serie tratta dal film conosceremo meglio come Aureliano o anche «l’ultimo degli Adami»), dal tatuaggio che ha sulla nuca, a riempire gli spazi e l’attenzione, e non è poco data la presenza di Claudio Amendola, altro mostro sacro del cinema italiano, e degli altri.

Insomma, tante individualità per una storia che merita: basta un incidente, una prostituta morta per overdose dopo un incontro sessuale con l’onorevole Filippo Malgradi (interpretato appunto da Favino), per far crollare un sistema che resisteva da decenni e che affondava le radici nella banda della Magliana, di cui Samurai (Amendola) ha fatto parte. È affascinante ma realistico il modo in cui, come dei tasselli di domino, la caduta del primo causi quella del secondo e così via. Il meccanismo, così perfetto, è anche perfetto nel crollo, e non risparmia neanche le maggiori cariche della Chiesa. Uno dei maggiori punti di forza del film girato nel 2015.

Una curiosità lega Romanzo criminale e Suburra, due romanzi di Giancarlo De Cataldo, giudice prima di diventare scrittore: di entrambi è stato tratto sia un film che una serie televisiva. Ebbene, se dei film i registi sono rispettivamente Michele Placido e Stefano Sollima, delle serie tv i rispettivi registi sono invece Stefano Sollima e Michele Placido (quest’ultimo, tra gli altri). Devono essersi scambiati il romanzo su cui avevano lavorato.

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Suburra è un film intenso, che prende spunto dalla cronaca e in parte anche dalla Storia (l'”abdicazione” di papa Benedetto XVI cui si fa riferimento passerà certamente alla Storia) per smascherare determinate apparenze. «Quanto è bella Roma, quanto è calma Roma» diceva il Salvo Lima del biopic Il Divo di Paolo Sorrentino. Ma Roma non è calma, almeno non lo è in Suburra. L’altra faccia della medaglia di quella politica corrotta del tempo che fu, Suburra la proietta nella contemporaneità, ma non senza dare un accenno di eternità: l’appellativo che De Cataldo sceglie per Roma è appunto Suburra, uno dei quartieri più antichi della capitale ma anche uno degli storicamente più malfamati, con un nome inciso nella pietra resistente al fuoco.

Su uno sfondo sempre suggestivo – piaccia o non piaccia Roma – si muovono dei personaggi le cui vite si intrecciano per spegnersi. Mentre la serie tv è un prequel e quindi ci dice come si sia arrivati al punto dei rapporti tratteggiati nel film – e allarga un po’ gli orizzonti su alcuni caratteri che nella pellicola sono appena schizzati, come quello di Spadino – il film si concentra, come spesso accade in questo genere cinematografico, sul buono che è un po’ cattivo, o forse sul cattivo che in fondo è buono. C’è un’etica che percorre la mente e il cuore di Aureliano Adami, l’indiscusso protagonista dell’opera e un senso di redenzione nel finale, una redenzione che, come nella migliore tradizione cattolica, passa attraverso una donna (anche se questo personaggio, be’, proprio una Madonna non è).

Nonostante gli ampi spazi che le riprese in esterna suggeriscono, Suburra resta un film claustrofobico, che ti fa boccheggiare a pelo d’acqua. Come il mare di Ostia, quando c’è l’alta marea.

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