Miracolo a Sant’Anna di Spike Lee è stato definito dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano «un omaggio alla resistenza».

di Paolo Merenda

Un uomo in là con gli anni entra in un ufficio postale e viene ucciso da un altro a sangue freddo. Questi non fa nulla per fuggire e viene messo ovviamente sotto processo, mentre a casa sua viene trovato un inestimabile manufatto, una testa scolpita. Cosa significa tutto ciò?

Da questo cervellotico inizio parte un film, Miracolo a Sant’Anna, per la regia di Spike Lee e tratto dal romanzo di James McBride. Uno dei punti di forza è come mescola elementi di fantasia ad altri reali: si parte dalla testa, in effetti sparita nel 1944 a Firenze (anno in cui sono ambientate il maggior numero di scene della pellicola), ma nella realtà ritrovata nel 1961. Sant’Anna del titolo, poi, è Sant’Anna di Stazzema, località in provincia di Lucca, tristemente famosa per un eccidio nazista, nel quale persero la vita praticamente tutti gli abitanti della frazione. Rispetto al romanzo (e al film), non fu una rappresaglia ma un atto terroristico studiato nei dettagli.

La trama del film vede un ritorno al passato, attraverso i ricordi, fino al 1944: allora, difatti, un gruppo di soldati americani viene lasciato indietro dal battaglione, e si rifugia a Sant’Anna. Qui trova un bambino, scampato all’eccidio, e con salti avanti e indietro nel tempo si scopre il responsabile italiano della rappresaglia tedesca in una guerra ormai agli sgoccioli e che li vedeva soccombere sempre più. I colpi di coda, gli omicidi, sono stati il duro prezzo da pagare, nella finzione e nella realtà, ma lì non sarebbe successo nulla se un partigiano non avesse tradito la causa. In questa nuova ottica, si torna all’omicidio a sangue freddo del presente a New York per una degna chiusura del cerchio.

A parte le licenze artistiche, diciamo così, resta un film descritto dal presidente della Repubblica in carica nel 2008, anno di uscita, come un omaggio alla Resistenza italiana. E di questo si tratta, reso molto bene sullo schermo da un regista che ha fatto del suo attivismo politico un marchio di fabbrica, a partire dalla propria compagnia di produzione. Si chiama infatti 40 Acres & a Mule Filmworks, ovvero i beni promessi agli schiavi africani quando lo schiavismo venne abolito dopo la Guerra Civile, 40 acri di terra da coltivare e un mulo come bestia da soma. Inutile dire che la promessa venne disattesa, tanto da farla diventare il manifesto del regista Spike Lee contro lo sfruttamento dei suoi fratelli, come li definisce talvolta.

C’è però da dire che non tutti la pensano come Napolitano, tanto che si è reso necessario inserire un disclaimer a inizio film per far sapere agli spettatori che si tratta di un’opera di fiction.

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Tornando al film, bellissime le ambientazioni italiane, ma io sono di parte perché adoro i borghi. Devo dire che non sono mai andato in una delle location più suggestive del film, Colognora di Pescaglia, piccolo villaggio con circa 70 abitanti sempre in provincia di Lucca, e dall’aria decisamente medievale.

Bella la scelta del cast, con molti attori italiani: si parte dall’onnipresente Pierfrancesco Favino, forse il più attivo in campo internazionale, poi Valentina Cervi, Sergio Albelli e Luigi Lo Cascio, oltre agli stranieri Derek Lure, John Turturro, Joseph-Gordon Levitt, Kerry Washington (quest’ultima verrà poi chiamata da Quentin Tarantino in Django Unchained quattro anni più tardi).

Le parole di Giorgio Napolitano, il fatto che sia un omaggio alla Resistenza, danno un’idea ben precisa del lavoro e dell’idea di Spike Lee, ma molti altri temi vengono trattati, come l’amicizia e la vicinanza in occasione della guerra, oltre a una lezione più amara ma altrettanto reale: il tempo non guarisce tutte le ferite, alcune si riaprono a decenni di distanza, come quella che dà inizio a tutto. Triste? Forse, ma assolutamente poetico, come il lavoro di Spike Lee.

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