Salò è stato l’ultimo film girato da Pier Paolo Pasolini, primo della sua Trilogia della Morte, incompiuta.

C’è un tempo della vita in cui è più semplice vedere Salò o le 120 giornate di Sodoma. Intendiamoci, non è mai facile, ma quando si è giovani, secondo me, si ha una resistenza maggiore all’orrore. Salò di Pier Paolo Pasolini è un film che va visto assolutamente e non va confuso in nessun caso con una qualunque pellicola in cui la violenza la fa da padrone. Tutto ha un senso in Salò, tutto ha una giustificazione, nella Storia, nell’ideologia nera, nel male.

Capita a volte di chiedersi: se Pier Paolo Pasolini non fosse stato barbaramente ucciso, come sarebbe stata la sua Trilogia della Morte che prendeva le mosse da Salò? Il regista aveva già completato la Trilogia della Vita, partendo da tre romanzi a cornice capisaldi di altrettante  letterature. Con Salò partì dalla Divina Commedia, per la precisione dall’Inferno con i suoi gironi e l’antinferno.

La storia è quella di un gruppo di repubblichini, i più potenti della Repubblica Sociale di Salò, che fanno rapire alcune ragazzi e ragazze per sottoporli a varie sevizie e violenze, in gran parte di natura sessuale, ma non solo. La visione del sesso dei repubblichini è innaturale e risponde a dei criteri piramidali: è possibile abusare di questi ragazzi, nella loro visione, proprio perché queste persone si sentono forti dei loro ruoli di potere. Ma tutto arride sempre ai repubblichini? Sicuramente i malvagi incontrano scarsi ostacoli in queste pellicola, ma c’è un momento di cedimento, quando scoprono il sesso, naturale, tra due persone che loro considerano inferiori: il pugno chiuso dell’ideologia spingerà i repubblichini ad abbassare le armi, anche solo per un momento.

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Nel cast figurano moltissimi attori, anche se poi gli artisti feticcio di Pasolini non furono alla fine coinvolti: tra gli attori del cast invece ci sono Paolo Bonacelli, Elsa De Giorgi, Franco Merli e Ines Pellegrini. Questi ultimi erano stati i protagonisti della cornice de I fiori delle Mille e una notte.

Ho sempre trovato Salò un film davvero affascinante, anche se da anni ormai non riesco a guardarlo integralmente. Non guardo, se è per questo, neppure molte pellicole in cui la violenza è gratuita, ma per ragioni differenti. Mentre la violenza gratuita non mi interessa, Salò è un film doloroso nel suo essere grottesco. Le lacrime di una delle ragazze sequestrate, la cui madre è stata uccisa sotto i suoi occhi, sono il paradigma di una società senza pietà realmente esistita, della quale ancora oggi si tende a smentire le violenze perpetrate o, peggio, a giustificarle. I ruoli di genere del matrimonio, poi, non vengono sovvertiti come i repubblichini vogliono dare a credere, ma vengono derisi, stereotipati allo stremo, spogliati della valenza eteronormativa da loro sostenuta strenuamente e ipocritamente in pubblico.

Salò è un film di confine: Pasolini riesce a scandalizzati ancora con una pellicola del 1975 che, come per altri suoi lavori, subì varie vicissitudini giudiziarie. Ma che alla fine ha ricevuto la giustizia che meritava. Ancora oggi – chi ci riesce e non prova come me un dolore fisico – guardiamo Salò e lo ammiriamo. Io continuo ad ammirarlo a distanza, pensando con nostalgia alla prima volta in cui lo vidi a 23 anni, e non ebbi mai il coraggio di voltare lo sguardo.

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