A volte penso che la morte abbia sconfinato nel mondo dello spettacolo più di quanto dovrebbe. Ma è l’affezione per alcuni personaggi (o “personaggi”) che ci muove, anche involontariamente.
Viviamo in un tempo strano. Non passa giorno che non piangiamo i nostri “eroi”, non quelli veri, quei miti che la televisione ci ha proposto nel tempo, che ci hanno accompagnati in serate o pomeriggi infiniti (nelle repliche). C’è un’espressione in psicologia, “relazione parasociale”, che indica quando ci sentiamo vicini a qualcuno che non conosciamo veramente, come un attore o un’attrice della tv. E i social network, dove mettiamo il follow ai nostri divi e dive preferiti, hanno assottigliato le distanze.
Ma c’è dell’altro. Era l’estate del 2017, l’estate più attesa della mia vita. Da maggio avevo iniziato a vedere le puntate della terza stagione di Twin Peaks. Dopo oltre un quarto di secolo da quell’ultima puntata che mi terrorizzò da bambina, avrei dato un senso, una conclusione, qualunque cosa questo voglia dire nell’universo di David Lynch. Poi nell’episodio 15 accade qualcosa, che mi scatena le lacrime a profusione. In una scena, Margaret Lanterman telefona al deputy Hawk, e gli dice: «I’m dying», sto morendo. Ha perso i capelli, tubicini le attraversano le vie respiratorie, e l’attrice Catherine Coulson continua a ripetere quella frase. Coulson era morta per davvero, due anni prima. Durante le riprese era malata, lo sapevano tutti. Lynch non portò la morte in diretta sullo schermo, ma ne fece un’opera d’arte in perfetto stile Twin Peaks: all’interno di una storia che parla di dimensioni parallele, il piano del sogno (o dell’incubo) e quello della realtà, per qualche istante, erano diventate una cosa sola.
Da allora sono state diverse le morti sullo schermo che ci hanno segnati e segnate in qualche modo. Penso a Luke Perry e a come abbiano voluto rendergli omaggio in Riverdale dopo la sua morte, con un cameo di Shannen Doherty, attrice il cui destino non sarebbe stato tanto diverso da quello del collega con cui aveva condiviso un’importante storyline in Beverly Hills 90210.
Avevo dimenticato che esiste una roba che si chiama DeathList, che raccoglie tutti i pronostici sui morti dell’anno. Quella del 2026 raccoglie tante personalità anziane, tra cui due comici che adoro, Dick van Dyke e Mel Brooks. E mi è capitato di pensare che la morte ancora oggi resta qualcosa che raramente associamo alla giovinezza. Per questo quando muore un Matthew Perry di Friends o un James van der Beek di Dawson’s Creek dentro di noi si incrina qualcosa. Perché quando siamo in salute non pensiamo che possa capitare a un nostro coetaneo di morire, soprattutto se uno è ricco, bello e famoso, soprattutto uno che abbiamo cristallizzato indelebilmente sullo schermo e finiamo per ritenerlo sempre uguale a se stesso.
Non ci resta che piangere, come in quel film in cui veniva annunciato a Massimo Troisi che avrebbe dovuto ricordare l’ineluttabilità della morte. E allora piangiamo, dietro quegli schermi, piangiamo per degli sconosciuti che hanno reso la nostra vita un po’ più leggera. Anche se questo continuerà a capitare. E la nostra giovinezza ci apparirà come la più bella settimana e mezza della nostra vita.