Pubblico parzialmente un’intervista scritta per la Gazzetta del Mezzogiorno nel 2017. All’epoca Gino Paoli avrebbe dovuto tenere uno spettacolo a Lecce, ma un imprevisto spinse gli organizzatori a cancellare.

Non ho mai parlato con Gino Paoli, ma una volta, nel 2017, gli ho inviato queste domande per un’intervista che non è stata mai pubblicata. La pubblico parzialmente, eliminando gli elementi legati a quel concerto. Con una carezza a tutti i fan.

Qual è l’eredità del cantautorato genovese sulla musica italiana?

«Non amo la parola “erede”:  ogni artista è unico, non si può associare ad un altro. E credo che non abbia senso che uno cerchi di essere un continuatore, quello che ci può essere semmai è un’affinità nella “posizione umana”. Quando penso a Bindi, Tenco, Lauzi e gli altri, non penso a loro come cantautori ma come amici di cui ho nostalgia. È questo che sono per me. Noi non volevamo fare delle canzoni che piacessero agli altri, avevamo solo l’esigenza di esprimere qualcosa, per questo io non parlerei di una “scuola”. Inoltre io ho sempre considerato la canzone “estetica”, non etica: è una storia raccontata con gli occhi dell’autore, anche se poi non arriva mai alle orecchie di chi l’ascolta con il significato con cui l’ha concepita l’autore. Alla persona arrivano solo emozioni perché la canzone è “un’alchimia”.»

C’è qualche occasione persa nella sua carriera, un verso che avrebbe voluto scrivere, un piccolo rimpianto?

«No, non sono uno che vive di rimpianti: a me piace suonare, suono, punto. Quando ho cominciato, come adesso, non pensavo di scrivere la storia della musica, per me cantare era un’esigenza, l’esigenza di esprimere qualcosa, quindi ogni mia canzone è strettamente legata al momento e alle emozioni di quell’istante. Penso di aver avuto una fortuna straordinaria nella vita: ho fatto tutto quello che volevo fare, incontrato tante persone meravigliose, donne stupende che mi hanno dato moltissimo, amici fantastici… Certo ci sono ancora alcune cose che voglio scrivere, perché penso siano importanti, ma tutto sommato le mie speranze si sono avverate quasi tutte. E non rinnego niente della mia vita, prendo tutto quello che c’è di buono anche negli errori: se non avessi fatto certi sbagli non sarei quello che sono.»

Nel film Bianca di Moretti, viene raccontata la vicenda epica della nascita de Il cielo in una stanza. Ma se dovesse scegliere un suo pezzo cui è più legato per via della sua genesi, quale sarebbe? E perché?

«Non ce n’è una in particolare: come dicevo ogni canzone è legata a un momento particolare, alla mia “posizione umana” in quel momento. È un po’ come chiedere a uno scrittore quale pagina del suo libro preferisce. Sicuramente posso dire che “Cosa farò da grande” rispecchia bene quello che sono io, o anche “Sassi”, perché è il brano in cui ho l’impressione di essere riuscito a esprimere meglio ciò che avevo in mente, a riprodurre le emozioni che sentivo traducendole in parole e musica.»

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