Ho visto Jeanne Dielman, 23 quai du Commerce, 1080 Bruxelles. E non vi dirò che è una cagata pazzesca, ma sicuramente è un film lento e bisogna attendere la fine per avere qualcosa da dire (e soprattutto da capire).

E insomma sono anni che mi decantate Jeanne Dielman, 23 quai du Commerce, 1080 Bruxelles e la sua regista Chantal Akerman, che alla fine non mi sono fatta scappare l’occasione di vedere il film su Raiplay. E devo dire che, in un certo senso, mi è piaciuto. Ma in un altro, molto più pragmatico, no. Voglio premettere che questo è il mio parere personale: rispetto gli altri cinefili e quanto ha scritto la critica, ma forse non ho la sensibilità necessaria (e la pazienza) di godermi questo film come hanno fatto loro.

Mio zio Memè ha una teoria: abbiamo perso la pazienza di vedere un film fatto bene. Ovvero la tv, i film tagliati e la pubblicità hanno creato fruitori del cinema mordi e fuggi. Forse ci aggiungerebbe una postilla pensando ai reel sui social network. Ma è un’argomentazione che non sta davvero in piedi. 

Forse sono io che mi sono accostata a Jeanne Dielman con troppo entusiasmo. Forse non riesco a comprendere bene il femminismo della seconda ondata. O forse semplicemente avevo sonno. Comunque non vi dirò quello che dice Fantozzi di fronte alla Corazzata Potemkin. Vi dirò solo quello che ho visto. (Se non avete visto il film, qui potete interrompere la lettura, perché praticamente ve lo spoilero tutto).

E insomma Jeanne Dielman è una vedova, madre single, casalinga precisa e prostituta ancor più precisa. Perché i suoi clienti sono sempre gli stessi, settimana dopo settimana, o almeno è quello che si percepisce, perché lo spettatore vede solo alcune giornate della sua vita. E di quelle giornate può sbirciare solo in alcune parti sceltissime. Jeanne cucina, si prostituisce, si occupa del figlio che rientra a scuola nel pomeriggio, legge le lettere della sorella in Canada, fa la maglia, di tanto in tanto bada al neonato della vicina di casa. E la sua vita può essere riassunta tutta qui, in gesti sempre uguali, quasi stereotipati.

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Ma un giorno qualcosa inizia ad andare storto, o meglio inizia a essere differente: è come se in quei gesti ripetitivi ci fosse una falla. Dimentica delle cose, brucia le patate, perde un bottone. Jeanne attraversa a piedi la città con il suo mezzo tacco, ma non c’è la soluzione ai suoi problemi. E forse la soluzione non è neppure un orgasmo oppure uccidere con una forbiciata alla gola il suo ultimo cliente. Come non lo è sedersi e attendere in salotto mentre fuori dalla finestra sfilano le luci di Bruxelles.

Non sappiamo cosa accadrà dopo a Jeanne: cosa farà suo figlio? Cosa penseranno parenti e conoscenti che la vedono come una persona perfetta? Il suo crimine verrà scoperto? Noi sappiamo solo che lo squarcio nella gola del cliente è lo squarcio che Jeanne rende evidente della sua vita apparentemente intoccabile. Non è follia, è affermazione della propria personalità. E magari questo è anche interessante e bello. Perché è in quello stesso modo che Chantal Akerman ha sfondato il soffitto di cristallo.

Sicuramente non c’è nulla da eccepire dal punto di vista tecnico. È un film perfetto in quanto a inquadrature, movimenti di camera, silenzi più che presenze di dialogo. Ma tecnicamente parlando – e qui chiudo – per vedere un po’ d’azione era proprio il caso di aspettare tre ore?

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