L’ultimo lavoro letterario di Pier Francesco Liguori fonde insieme le sue passioni, il suo lavoro, e il Salento, una terra da sempre misteriosa e magica.
di Paolo Merenda
Quando mi sono trovato fra le mani questo romanzo, A Levante, l’aurora, nelle prime pagine, ho pensato al “solito” romanzo di Pier Francesco Liguori. Attenzione, credo che Liguori sia il Dan Brown italiano, quindi per solito romanzo, intendo comunque un lavoro di assoluto spessore, ma già letto (perché le sue opere le ho lette tutte), ecco. Invece, col passare delle pagine, mi ha stupito.
Il modo in cui lo scrittore di narrativa e saggistica parla del Salento, sua terra d’origine, fa capire quanto ne sia legato, nonostante da anni sia docente universitario a Torino. E, allo stesso tempo, la sua formazione da archeologo dà profondità alle vicende fittizie. Il sommergibile Zoea, sul quale durante la seconda guerra mondiale i nazisti stavano effettuando un importante lavoro di recupero (sarebbe meglio dire furto) di reperti archeologici, è basato sull’affondamento del Pietro Micca, evento reale avvenuto al largo di Santa Maria di Leuca, come ciò che accade in questo romanzo.
Da qui, parte la storia di Eduardo Bromer, archeologo italo-argentino e nipote dell’ufficiale delle SS al comando di quella vecchia operazione e scampato alla morte. Hugo, la notte prima di passare a miglior vita, ormai anziano, dice al nipote tutto di quell’esperienza, e Bromer si trasferisce a Santa Maria di Leuca per recuperare il tesoro e restituirlo ai greci, a cui era stato rubato.
Il Salento diventa esso stesso personaggio, seppur irreale, con scorci e particolari del territorio che si uniscono alla miscela. Vale lo stesso per i personaggi, uno su tutti la pescatrice senza età, Addolorata, vicina di casa dell’archeologo. Sin dall’inizio, è enigmatica: sembra analfabeta, ma cita Omero e altri classici greci a memoria, oppure sembra essere sulle sue, avulsa da ciò che le accade intorno, ma poi quando in zona arriva il prestigioso ammiraglio Kondylis, interessato anche lui ai reperti dello Zoea, si salutano come se si conoscessero da sempre.
Una danza sul detto e non detto, con diverse citazioni che non appesantiscono l’opera, perché sempre funzionali alla trama. Assolutamente consigliato, tanto che abbiamo contattato l’autore Pier Francesco Liguori per chiedergli come sono nati i personaggi. Eduardo Bromer, infatti, per quanto sia al centro di tutta la vicenda, non sembra il protagonista, a differenza di Addolorata, che compare poco ma è più reale e profonda. Ecco la sua risposta.
“Addolorata è fondamentale, l’ispirazione l’ho presa da una pescatrice abruzzese che a 84 anni usciva ancora in mare. Lì ho pensato che anche Addolorata avrebbe dovuto essere una pescatrice, e venire dalla Grecia. Il suo è un ruolo magico, ad esempio sa dove calare le nasse nel suo posto segreto in modo quasi sovrannaturale. Fondamentale è il capitolo in cui Bromer esce in mare con Addolorata, lì Eduardo capisce che Addolorata non è solo ciò che sembra, ma nasconde un retaggio antico. A lui scappa il verso dell’odissea, l’aurora dalle dita di rosa, e lei risponde. È il fulcro del libro, perché Addolorata reca in sé una storia antichissima, atavica, ha contemporaneamente radici nel passato e nel presente. I due personaggi fondamentali sono lei e l’ammiraglio Kondylis, su loro ruota tutto, e in mezzo c’è Eduardo, che alla fine è uno spettatore di quello che sta succedendo, uno spettatore che traduce per il lettore i misteri che osserva.”
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