Il film Psycho di Alfred Hitchcock uscì 60 anni fa in questi giorni: da dove viene la storia, i sequel, il remake e soprattutto la serie.

C’è qualcosa che mi colpisce sempre in quello sguardo. Lo sguardo che ha Anthony Perkins alias Norman Bates nella scena finale di Psycho. È sexy e al tempo stesso agghiacciante. Ti dice una cosa: lui non si fermerà, anche se di fatto è in prigione. Non si fermerà perché è tutto nella sua testa. Il film rappresenta una delle più celebri pellicole di Hitchcock e sicuramente il suo punto di forza (o meglio, uno dei suoi punti di forza) risiede nel fatto che la sua storia è potente, potentissima.

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Non è un’invenzione di Alfred Hitchcock, che ha girato il film a partire da un libro di Robert Bloch, che si era ispirato alle vicende biografiche di Ed Gain. Gain è stato un noto serial killer americano: nel 1957, la sparizione di una commessa permise la polizia di risalire a lui. Nella sua casa furono trovati numerosi resti umani riutilizzati come decorazioni o suppellettili, dai teschi sulla testiera del letto ai femori umani come gambe di un tavolino, fino alla pelle umana per foderare poltrone o perfino costituire la membrana di un tamburo. La fortuna del libro portò il suo autore a scriverne dei sequel e la stessa cosa accadde per i film: ci furono tre sequel “diretti” dal punto di vista della trama, di cui uno con la regia dello stesso Perkins, che cercò di raccogliere quanto più possibile l’eredità della pellicola di Hitchcock.

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Pellicola che ha visto un remake shot for shot (o quasi) diretto da Gus Van Sant. Quel «quasi» è per via del fatto che a un certo punto si vede Vincent Vaughn, che ha preso le vesti di Norman Bates nella pellicola, intento nell’autoerotismo, proprio prima di uccidere Marion nella doccia. Ma cosa rende il film originale tanto speciale?

Be’, sicuramente la fotografia, la colonna sonora, il fatto che Hitchcock sia riuscito a realizzare un film claustrofobico ancor prima di far giungere la protagonista femminile Marion (Janet Leigh, poi Anne Heche nel remake) al Bates Motel. E sicuramente il fatto che la pellicola riesca a trasmettere delle emozioni profondamente positive e al tempo stesso negative ancora oggi. Si prova empatia per Marion, anche quando fa la cosa sbagliata, e si prova empatia per Norman fino alla fine, fino a quando si scopre che è stato lui a commettere quello e altri omicidi. Fino a quando si scopre che ha imbalsamato la madre, che nasconde in cantina sopraffatto da un alter ego intriso della personalità di lei. Non vi segnalo lo spoiler, anche perché è un film tanto noto da aver dato il titolo a un libro di spoiler, La mamma di Psycho è lui con la parrucca, tratto da un famoso blog di un bel po’ di anni fa.

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Finisce qui? Non proprio. Chiaramente Psycho è inarrivabile. Però dal 2013 al 2017, è stata messa in onda per cinque stagioni la serie Bates Motel, che è una di quelle cose che vale la pena vedere prima di morire. Ho dovuto vincere un po’ il mio pregiudizio, perché ambientare Psycho nella contemporaneità, con tanto di smartphone e internet, mi è sembrato sulle prime un po’ azzardato. E ho dovuto vincere la noia della terza stagione, da sempre un ostacolo complesso nelle serie tv moderne. Ma alla fine Bates Motel, interpretato da Freddie Highmore, la “regina” dell’horror Vera Farmiga, Olivia Cooke e il “ritrovato” Nestor Carbonell, mi ha premiata per l’ostinazione. Il percorso della serie è tortuoso e la vostra attenzione potrebbe risentire delle diverse storyline che ci allontanano da Norman e dall’inevitabile epilogo. Ma nelle ultime due stagioni si uniscono i puntini, fino a un invito a cena davvero molto speciale.

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