Per qualcuno, i film e le serie in romanesco appaiono come un’esagerazione reiterata: ecco perché hanno torto.

È cominciato tutto apparentemente con Romanzo criminale. Il film. Era il 2005 e Michele Placido diresse questo film, basato su un romanzo di Giancarlo De Cataldo e ispirato alla storia vera della Banda della Magliana. Va da sé che un film del genere, ambientato a Roma in una banda che compie azioni criminose, non poteva sfoderare un linguaggio da italiano standard (che neppure esiste). I dialoghi sono completamente in romanesco: è giusto così, o verrebbe meno il fascino dell’opera o la sospensione dell’incredulità. Tra il 2008 e il 2010 è stata invece realizzata una serie ispirata al romanzo di De Cataldo, con altri attori e con una storia lievemente diversa da quella del film.

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Poi, nel 2015, Gabriele Minetti ha diretto Lo chiamavano Jeeg Robot, sempre ambientato a Roma tra piccoli criminali e quindi anche qui il romanesco è stato utilizzato a man bassa. Nello stesso anno Stefano Sollima, che aveva diretto la serie Romanzo Criminale, realizza il film da un altro romanzo di De Cataldo, Suburra. Il film è bello, ma non è Romanzo Criminale. Ciononostante il riscontro di pubblico è stato tale da indurre a realizzare anche da esso una serie prequel su Netflix, che si concluderà quest’anno con la terza stagione.

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Guardando questi film, si ha come l’impressione che in Italia si parli solo il romanesco e si possano ambientare delle interessanti storie storie fictional nel mondo della mala – da cui pellicole come Vallanzasca e Lo spietato, questi ultimi però ambientati a Milano. Il filone della mala è in effetti molto florido: si possono annoverare anche biopic come Il Divo di Paolo Sorrentino o Il traditore di Marco Bellocchio, anche se il primo tra questi due è da ritenersi particolarmente romanzato.

Partiamo da questo: parlare di criminali ha stufato? La risposta breve e no. La risposta lunga: no, perché questo filone cinematografico affonda le sue radici in un cinema particolarmente florido in Italia tra gli anni ’70 e ’80, che parte da capolavori come Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto e giunge ai poliziotteschi come Milano violenta.

La questione del romanesco è più complessa. Intanto diciamo che la scelta è coerente con quella che prende il nome di sospensione dell’incredulità, cui accennavamo prima. La sospensione dell’incredulità è quel processo per cui il lettore o lo spettatore decidono di credere che tutto sia vero per il tempo necessario in cui sono a contatto con la fiction. Naturalmente il lettore o lo spettatore sanno che non c’è nulla di vero – tranne quando si legge Rabbia di Chuck Palahniuk, e chi l’ha letto sa il perché – ma la verosimiglianza deve far sì che la sospensione dell’incredulità compia la sua magia.

Questo rigetto per il romanesco o per il dialetto in generale nei film non ha molto senso per due ragioni, una è linguistica e l’altra ha a che fare con la storia del cinema.

L’italiano standard è qualcosa che non esiste: è un’astrazione. L’italiano non è una lingua codificata, benché nel tempo in molti ci abbiano provato, da Bembo a Manzoni. Quello che esiste è l’italiano regionale, o meglio gli italiani regionali, che si distinguono tra loro per alcuni tratti soprasegmentali come l’accento e l’intonazione. Per capirci l’italiano regionale della zona di Roma è quello che potete ascoltare nella trilogia di Smetto quando voglio, mentre l’italiano regionale della parte bassa della Puglia è quello di Mine Vaganti. Il romanesco, in alcuni film, è funzionale alla storia, e questo ci porta alla seconda ragione.

Avete mai visto un film di Pier Paolo Pasolini che si intitola Mamma Roma? È completamente in romanesco: immaginereste mai Anna Magnani, che interpreta qui una prostituta borgatara, parlare un italiano degno di un accademico della Crusca? Certo che no. E non è solo perché nel film sono presenti attori presi dalla strada, come lo sfortunato Ettore Garofolo.

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Fino a questi film contemporanei sulla mala romana, il romanesco (ma anche l’italiano regionale romano) era infatti confinato in due filoni principali: il film di denuncia, come quelli di Pasolini, e il film comico. Avevamo ristretto il romanesco a personaggi come Alberto Sordi, Nino Manfredi, Enrico Montesano e Gigi Proietti. E quando Sordi interpreta Un borghese piccolo piccolo o Manfredi è protagonista in Brutti sporchi e cattivi, è perché si tratta di film di denuncia, che raccontano una parte della contemporaneità per sollevare le coscienze. Montesano e Proietti prima, Carlo Verdone poi hanno utilizzato l’immediatezza del romanesco per far ridere (anche se molti film di Verdone inducono anche a interessanti riflessioni). Ma questo non significa che il cinema non possa percorrere altre strade.

E infatti a un certo punto è accaduto proprio questo. Negli anni ’80 iniziarono a emergere attori giovanissimi che iniziarono a dare al romanesco nuove valenze. Per citare due nomi tra i più importanti, questi furono Claudio Amendola e Ricky Memphis. Il manifesto massimo di quel periodo è lo straniante Soldati – 365 all’alba: in questo modo il regista Marco Risi ha contribuito moltissimo all’utilizzo del romanesco nel cinema, perché questo film non è propriamente di denuncia e non è neppure un film comico.

(L’immagine in evidenza è tratta da Il buio colpisce ancora di Leo Ortolani)

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