Oggi sono 44 anni dall’uscita di Febbre da cavallo, mitica pellicola di Steno e manifesto della comicità nel cinema italiano.

Tra i film comici nella storia del cinema italiano ce ne sono alcuni talmente memorabili da essere entrati nel linguaggio quotidiano anche a distanza di molti decenni dalla loro uscita. Accade con Amici miei, accade con Fantozzi, accade con Bianco Rosso e Verdone. E accade naturalmente con Febbre da cavallo.

La storia

Febbre da cavallo è la storia di un’amicizia tra tre uomini, legati dalla passione per le scommesse alle corse dei cavalli. C’è Mandrake, che ha un passato da figurante, c’è Pomata, che vive di piccole truffe, e Felice, che è un parcheggiatore abusivo. Ogni giorno i tre amici si ritrovano all’ippodromo per scommettere, incontrando altre umanità che come loro cercano il brivido dell’azzardo, dal macellaio Manzotin all’avvocato De Marchis, che ha un cavallo solo, Soldatino, che non vince mai. Tra truffe e mezzucci per recuperare il denaro per scommettere, i tre amici si ritroveranno all’interno di una storia più grande di loro e finiranno inevitabilmente in tribunale. Dove però il giudice è anche lui un accanito scommettitore alle corse.

Il cast

Il cast è per il 1976 – anno di realizzazione di questa pellicola – un repertorio di grandi talenti e caratteristi storici più o meno noti del cinema italiano. Se i tre protagonisti sono Gigi Proietti, Enrico Montesano e Francesco De Rosa, nel ruolo dell’avvocato De Marchis troviamo Mario Carotenuto, in quello del giudice un sempre favoloso Adolfo Celi, e il mitico Ennio Antonelli in quello di Manzotin. I ruoli femminili sono in sordina, tranne uno, quello di Catherine Spaak, che interpreta Gabriella, compagna di Mandrake, e che in questa pellicola comica non rinuncia alla sua verve sexy.

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I tormentoni

Sono davvero moltissimi i tormentoni che sono rimasti alla storia di questo film. Il più celebre però fa parte di una scena che non è neppure tra le più divertenti, quella in cui Mandrake è stato reclutato per la réclame del whiskey Vat69.

Perché lo vediamo ancora oggi anche se è un film invecchiato malissimo

Febbre da cavallo è un film invecchiato malissimo. Se siete mai stati a una corsa di cavalli come me – e che mi sono fatta scappare la possibilità di andare su uno dei luoghi che ne furono set? – saprete che il mondo delle corse non è esattamente come viene dipinto nel film. Oggi le corse di cavalli sono rimaste un lusso per relativamente poche persone, rispetto alle miriadi di lotterie istantanee che esistono sul mercato. Gli ippodromi sono stati sostituiti dalle agenzie di scommesse, dai tabaccai. E in quei luoghi si va sì ancora per scommettere ma anche e soprattutto per ammirare questi animali meravigliosi. Inoltre, la pellicola è fortemente anacronistica, anche perché quelle piccole truffe che i protagonisti mettono in atto oggi non sarebbero più possibili.

E allora perché piace tanto? Per molti di noi è un ricordo di quando eravamo bambini e guardavamo Febbre da cavallo in tv. Per altri rappresenta un tipo di comicità che è andata perduta, lontana in quell’età dell’oro della commedia all’italiana.

Vi posso dire con certezza perché io lo guardo. L’estate, ogni pomeriggio, con i miei fratelli, mentre i nostri genitori dormivano, guardavamo la videocassetta in un vecchio videoregistratore a carica dall’alto. Era un momento intimo, in cui ripetevamo quei tormentoni allo sfinimento. È qualcosa che mi manca oggi, un passato fatto di risate e spensieratezza. In cui Steno, regista di questo film, a noi appariva come fosse Stanley Kubrick.

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