Pluripremiato, osannato e giudicato tra i migliori 100 film della storia, Il silenzio degli innocenti è una pietra miliare del cinema.

di Paolo Merenda

Cinque premi Oscar nel 1992 (ma il film è del 1991), il quintetto magico riuscito a poche altre meraviglie della settima arte come Qualcuno volò sul nido del cuculo, ovvero miglior attore, miglior attrice, miglior regia, miglior film e miglior sceneggiatura. Decine e decine di altri premi, incassi da record, battute aggiunte al momento dagli attori mentre si girava una scena, presi genuinamente dai personaggi. Inoltre, alla base della sceneggiatura il gran libro omonimo di Thomas Harris del 1988, di cui pure consiglio la lettura. Questo e molto altro è Il silenzio degli innocenti, di Jonathan Demme.

Ogni sequenza è perfetta, a mio avviso, a partire dalla prima con Jodie Foster fino all’ultima, con Anthony Hopkins che si perde tra la folla, passando per la resa dei conti tra la giovane agente dell’Fbi e il serial killer al buio, con la donna che deve fare affidamento sull’udito e non sulla vista, che invece l’assassino ha grazie agli occhiali a infrarossi.

Anche la trama non ha buchi: è plausibile che Hannibal Lecter (interpretato da Hopkins) venga chiamato in causa anni dopo l’arresto e mentre sta marcendo in una cella con un vetro al posto delle solite sbarre, e lo è che a parlare ci vada una giovane agente dell’Fbi, Clarice Starling (Foster) invece di un nerboruto agente più navigato. Difatti la trama parla, o dovrebbe parlare, principalmente di Buffalo Bill (Ted Levine), un serial killer che sfugge all’arresto, ma che forse può essere catturato grazie all’aiuto di Lecter, che l’ha avuto come paziente psichiatrico anni prima.

Anthony Hopkins è entrato così bene nella parte da aver aggiunto, come ho detto all’inizio, qualche battuta qua e là mentre veniva girato il film. Ad esempio, in uno degli incontri tra lui e Starling, le dice che forse è così insicura per le radici modeste della sua famiglia, cosa che non era nel copione. Da lì, il resto della scena ha mostrato una Jodie Foster molto più a nudo e con reazioni sincere.

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Ci sarebbero mille altre curiosità su una pellicola aperta e ispezionata in ogni organo e tessuto negli ultimi 20 anni, così come l’assassino cannibale mostra cura nelle parti umane che cucina per sé prima di mangiarle (ma questo si vede meglio nel seguito del 2001, Hannibal). Invece un dato notevole lo offre la vittoria del premio Oscar di Anthony Hopkins: il film dura 118 minuti, una manciata di secondi alle due ore nette. Hopkins, giudicato miglior attore protagonista dell’anno, sapete per quanto tempo è in scena? Non controllate su Google se non lo sapete, pensate a un numero di minuti in base ai vostri ricordi. E ora posso dirvi che è stato sullo schermo per soli 16 minuti. Un quarto d’ora su due ore di film, ed è con Jodie Foster il protagonista indiscusso. La stessa magia non si è ripetuta nel seguito, Hannibal (forse anche per l’assenza di Foster), per non parlare del primo capitolo della trilogia, Manhunter – Frammenti di un omicidio del 1986, ma ai cultori basta che esista questa pellicola.

Una nota simpatica la dà uno dei tributi al lavoro di Jonathan Demme. Il titolo originale de Il silenzio degli innocenti è The Silence of the Lambs, Il silenzio degli agnelli, da una delle storie più toccanti sulla sua infanzia di cui Clarice parla al dottor Lecter. Ebbene, nel 1994 Ezio Greggio, con un’operazione italo-americana che vide impegnato anche Mel Brooks, realizzò Il silenzio dei prosciutti, The Silence of the Ham, con un’opera comica già nel titolo, in cui “riduce” i teneri agnellini dell’innocente Clarice Starling a dei pezzi di carne da macelleria, stravolgendone il significato.

Non è stata certo l’unica parodia o tributo in generale: quando una pellicola entra così tanto nell’immaginario collettivo, le citazioni o gli omaggi non si contano più. E nemmeno il numero di volte in cui il film andrebbe visto.

Ma questa è la parodia che preferiamo (da Clerks 2). Jay però lo rifà anche in Jay & Silent Bob reboot.
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