Forse nessuna personalità italiana meritava un film più di Giulio Andreotti. È stato uno dei più grandi politici italiani, ma anche avvolto da ombre enormi su alcuni episodi. Questo film è Il Divo di Paolo Sorrentino.

di Paolo Merenda

Giulio Andreotti meritava sì un riconoscimento del genere, ma che non omettesse nulla su pagine di storia e cronaca italiana che lo vedono tirato in ballo dai pentiti della malavita. La sua controversa figura, però, al netto di quanto fatto come politico e, a detta degli elementi di Cosa Nostra, in altre vesti non altrettanto nobili, andava immortalata in una pellicola di spessore che facesse capire quanto la storia italiana abbia avuto lui come protagonista indiscusso.

Ci ha pensato Paolo Sorrentino nel 2008, arrivando anche a una nomination al premio Oscar per miglior trucco nel 2010 (perfetto il lavoro fatto sul protagonista Toni Servillo, che somiglia davvero molto a Giulio Andreotti), e portando sotto i riflettori i maggiori volti italiani di quel periodo. Aldo Moro, Paolo Cirino Pomicino, Salvo Lima e molti altri, volti per una o due scene o centrali quasi quanto quella di Andreotti, tutti tratteggiano un’Italia che ha girato intorno al Divo dal 1945 al 2013, anno della sua morte. Nel 1945 lavorò, con Enrico De Nicola e altri, alla Costituzione Italiana, firmata da quest’ultimo alle porte del 1948. In pratica, alcune leggi che rispettiamo ancora adesso e che rispetteranno i nostri figli e nipoti le dobbiamo a lui.

Giulio Andreotti, inoltre, è stato molto eclettico, e ha pubblicato numerosi libri, alcuni dei quali come risposta alle accuse che gli venivano mosse e ai processi in cui era invischiato. Ad esempio c’è la serie Visti da vicino, composta di tre libri pubblicati tra il 1982 e il 1985, e il quarto capitolo (datato 1995) della saga parla da sé già nel titolo: Cosa loro, mai visti da vicino. Cosa ci dice questo titolo? Che Giulio Andreotti aveva una vena ironica e talvolta autoironica non indifferente. Nel film di Paolo Sorrentino questo tratto viene evidenziato moltissimo, sia dalle sagaci espressioni che leggendariamente o veramente il politico pronunciò, sia nell’invettiva della moglie, che a un certo punto, con una vis polemica, enumera i pregi reali e quelli che gli sono attribuiti da stampa e avversari.

«Un’altra cosa possiedo: un grande archivio – dice Servillo/Andreotti nel film – visto che non ho molta fantasia, e ogni volta che parlo di questo archivio chi deve tacere, come d’incanto, inizia a tacere.»

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Nel film viene trattato con particolare attenzione il periodo del 1992, subito dopo la fine del mandato a Francesco Cossiga, per l’elezione del nuovo presidente della repubblica italiano. Il partito di Andreotti, la Democrazia Cristiana, a poco meno di due anni dalla sua autosoppressione, attuò un piano che avrebbe portato lui sullo scranno tanto ambito, ma l’omicidio di Giovanni Falcone e della sua scorta scombinò i piani della corrente andreottiana della Dc. Ma il 23 maggio 1992, una data che tutti ricordiamo, Falcone morì in un attentato di Cosa Nostra con la sua scorta, e cinque giorni dopo come presidente venne eletto Oscar Luigi Scalfaro.

Quanto di vero c’è in questo episodio narrato da Sorrentino? Secondo molte fonti storiche di quasi trenta anni fa, abbastanza da prendere per vero, particolari di contorno a parte, quel che accade nella pellicola. E probabilmente la forza di Paolo Sorrentino unita alle doti recitative di Toni Servillo, nel parlare di Andreotti, è proprio aver creato qualcosa in cui realtà e finzione si mescolano moltissimo, con al centro un personaggio iconico e con cui tutti hanno avuto a che fare, fino agli ultimi giorni di vita e anche oltre. Ci sono fatti certamente reali: la strage di Capaci dicevamo, l’attentato a Lima, la nascita dell’ultimo governo Andreotti e le elezioni per il successore di Cossiga. Proprio all’inizio c’è un montaggio veloce ed eloquente su numerosi fatti di cronaca di quel periodo ancora oggi per certi tratti misterioso. Non mancano riferimenti a ciò che è accaduto prima, come gli omicidi di Aldo Moro e Mino Pecorelli. E poi naturalmente ci sono storie completamente inventate e altre di impossibile attribuzione (anche perché tutti i protagonisti, intanto, sono morti).

Forse la scena più rappresentativa del film è l’incontro tra Totò Riina e lo stesso Giulio Andreotti, con il celebre bacio di rispetto dato dal capo di Cosa Nostra al politico. Secondo il pentito Balduccio di Maggio, affermazione controversa come tutte quelle che vengono dagli uomini d’onore una volta arrestati, quello e la relazione tra Stato e malavita erano cosa assodata. Ma, che sia successo o no, il bacio è una scena che vale il film. Quello e il monologo sull’uso del potere in cui Andreotti confessa in pratica le sue azioni.

(La foto in evidenza è relativa al film, ma dovete averlo visto).

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