Viaggio senza vento, del 1993, è un album che ha rappresentato molto non solo per Francesco Renga, Omar Pedrini e soci, ma per tutto il movimento musicale italiano.

di Paolo Merenda

Alcuni gruppi della scena indie rock italiana, negli anni ’90, hanno dato vita a pietre miliari che ancora adesso, per i giovincelli che si riuniscono in un complessino rock per far baldoria alle feste degli amici, diventano la base di partenza che li fa inneggiare alla propria individualità musicale. Il rock di quegli anni, dei Verdena, Marlene Kuntz, Timoria e molti altri, era innovativo principalmente perché sperimentava tanto su qualunque cosa.

In quest’ambito si inserisce Viaggio senza vento, di Francesco Renga, Omar Pedrini, Carlo Alberto Pellegrini, Enrico Ghedi e Diego Galeri, ovvero i Timoria nella versione 1993 (a fine anni ‘80 noti come Sigma Six o Precious Time, nome cambiato appena in tempo per vincere come Timoria il premio della critica a Sanremo giovani nel 1991 con la canzone L’uomo che ride). Dopo essersi aggiudicato un disco d’oro ed essere stato acclamato come uno degli album più importanti della scena rock italiana, Viaggio senza vento ha continuato a far parlare di sé per due singoli, Senza vento e Sangue impazzito, dai videoclip senz’altro molto anni ‘90, con un Francesco Renga capellone, come mai più avrebbe fatto dopo aver lasciato i Timoria nel 1998, che veste un maglioncino caratteristico di quella decade nel videoclip di Senza vento. E confessatelo: se nel 1990 eravate già giovincelli, avevate anche voi un maglione simile.

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Viaggio senza vento era particolare anche per la scelta, non molto diffusa in quel periodo, di realizzare un concept album, ovvero un lungo viaggio dall’inizio alla fine, con tutte le tracce che affrontavano una sfaccettatura dello stesso argomento. Anni dopo, Caparezza, tanto per restare in Italia, l’avrebbe fatto spesso, ma quei Timoria confermavano ancora una volta la voglia di osare. Il concetto alla base era il viaggio di Joe, che si snoda lungo 21 capitoli, altrettante canzoni con un flash dell’epopea che affronta Joe, un cammino solitario che finisce con Il guerriero, ultima traccia del disco.

Il videoclip di Sangue impazzito, il secondo dei tre singoli lanciati, è una storia a sé, di droga e dipendenza, ben narrato dai registi Orlowski e Pescetta che accompagnano il testo con le giuste immagini.

Francesco Renga mostra delle doti canore eccellenti, non certo per la prima volta, ma forse fa intuire cosa ci sarà dopo, da solista, con Angelo (che vincerà Sanremo nel 2005) e tanti altri successi. E il testo non è da meno, con un passaggio a mio avviso illuminante.

Vi guardo da qui
e penso che un tempo
quel campo era mio
e mi chiedo perché
un giorno ho detto addio

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