Viviamo in un’epoca in cui l’identità degli attori è determinante per il personaggio che andranno a interpretare: è il caso di Special, serie scritta, diretta e interpretata da Ryan O’Connell.

Stiamo iniziando ad affacciarci a un cambio epocale. Dopo aver visto Disclosure, vi abbiamo parlato di quanto attor* transgender e non binari* vengano chiamat* a interpretare personaggi transgender e non binar* al cinema e in televisione. È un segno di quanto stiamo riuscendo a capire cosa significhi identità. In precedenza erano rare le partecipazioni di questi attori con personaggi che corrispondevano effettivamente alla loro identità di genere.

La stessa cosa vale per le disabilità. La disabilità è una cosa che fa parte di noi, non può essere una caratteristica di un personaggio che viene studiata. Eppure Giancarlo Giannini, Sean Penn, Dustin Hoffman hanno portato in scena la disabilità pur non essendo disabili. Sono interessanti le loro interpretazioni, sono funzionali a un tempo in cui la disabilità era ancora un insulto o qualcosa di cui vergognarsi. Ma fortunatamente i tempi sono cambiati. Oggi sappiamo che la disabilità non è nulla di tutto questo, ma nella vita quotidiana le persone con disabilità hanno una serie di ostacoli da affrontare.

Questi ostacoli vengono vinti mano a mano da Ryan, il protagonista della serie autobiografia Special. Special è infatti tratto dal libro I’m Special: and Other Lies We Tell Ourselves, scritto dal produttore, regista e interprete della serie Ryan O’Connell. Che è davvero affetto da una forma lieve di paralisi cerebrale.

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Il telefilm – che ha una forma “circolare”, cioè inizia con un incidente in cui Ryan viene investito e finisce con uno che Ryan riesce a mancare con prontezza di riflessi – racconta di un uomo, omosessuale e affetto da paralisi cerebrale appunto, che cerca di trovare il suo posto nel mondo. Lavoro, amici, amore e anche famiglia rappresentano i campi in cui Ryan agisce e acquisiste indipendenza. 

Dubito che prima dell’uscita di Special molti sapessero cos’è la paralisi cerebrale. Ryan O’Connell ci ha raccontato una storia divertente e delicata, fatta di ricerca dell’amore, di litigi, incomprensioni e tanta, tanta amicizia. Ryan, il personaggio al centro della storia, è doppiamente un «diverso» per gli altri: disabile e omosessuale, cerca un lavoro e una casa, esplora la sua sessualità e in questo cammino incontra personaggi paradossali, teneri o a volte semplicemente autentici. Perché questo discorso dell’identità ci ha preso la mano: è giusto, corretto e perfetto che un personaggio con disabilità sia portato sullo schermo da un attore con disabilità. 

E chi ha fatto da apripista a questo? Ci vengono in testa tanti nomi. Per esempio Christopher Joseph Burke, che era Corky, ragazzo con sindrome di Down in Una famiglia come tante. C’è poi anche Jamie Brewer, che io adoro in American Horror Story, anche lei con sindrome di Down. Oppure questo fantastico documentario sull’autismo, che si intitola Se ti abbraccio non avere paura.

Negli anni passati, Michael J. Fox, che è affetto da morbo di Parkinson, ha portato in scena personaggi con una disabilità simile agli effetti della sua malattia. Lo abbiamo apprezzato molto e ci auguriamo che venga trovata una cura, ma credo che quello che lui ha fatto sia stato puntare i riflettori su malattie e condizioni disabilitanti e sul fatto che sia giusto che il cinema e la televisione raccontino queste identità.

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