Negli ultimi giorni si parla della presunta morte – tra l’altro smentita proprio stamattina – del leader nordcoreano Kim Jong-Un: cogliamo l’occasione per una riflessione sul cinema e sul giornalismo. (Spoiler alert: non leggete se non avete visto il film The Interview).

Partiamo proprio dal giornalismo. Qualche anno fa ero a un seminario con Antonio Caprarica. Per le giovani generazioni, Caprarica è specializzato sulla Royal Family, ma le persone over 50 potrebbero ricordare come il giornalista sia stato il primo cronista occidentale a salire su un carro armato sovietico. Caprarica ha avuto quindi una conoscenza di prima mano con il mondo sovietico e con la sua segretezza.

Quando un giorno, negli ani ’90, lo chiamarono dall’Italia perché era giunta voce della morte del presidente russo Boris Eltsin. Caprarica fece i suoi controlli per scoprire che Eltsin stava benissimo: certo, di fronte alla storia di alcune nazioni e del modo in cui le notizie sono diffuse in quei Paesi non si può mai dire, ma la cosa fondamentale è sempre il controllo della notizia.

Detto questo, sicuramente Kim Jong-Un è morto. Non nella realtà, per quella probabilmente dovremo attendere ed è davvero difficile in questo momento stabilire con certezza se la morte del leader sia stata una fake news. La morte di Kim Jong-Un avviene ovviamente nella finzione, in un film, che si intitola The Interview. La pellicola è diretta, come Facciamola finita, da Evan Goldberg e Seth Rogen ed è una satira che non va troppo per il sottile sulla Corea del Nord e il governo di Kim Jong-Un.

Al tempo stesso è una barzelletta sul giornalismo e su come esista da sempre una dicotomia tra presunto giornalismo serio e gossip: la questione potrebbe essere risolta spiegando come una notizia debba avere determinate caratteristiche per essere tale (veridicità, attinenza e continenza). E non c’entra cosa vuole il pubblico: il gradimento del pubblico può essere il criterio «dei circhi itineranti o dei demolition derby». In altre parole, non esistono notizie di serie a o di serie b, né giornalisti di serie a o di serie b, ma notizie vere o notizie false – per utilizzare un’espressione presente in un meraviglioso volume di Luca Sofri, Notizie che non lo erano.

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Comunque, dicevamo: cos’ha di tanto straordinario The Interview oltre questa riflessione sul giornalismo che abbaiamo appena enunciato? Be’, intanto ha parlato di un politico controverso chiamandolo con il suo nome. Si potrebbe ribattere che questo sia stato fatto anche da Sacha Baron Cohen ne Il dittatore: anche se lo amo alla follia, devo ammettere che Cohen ha fatto un’operazione ben diversa, cioè si è ispirato a Gheddafi, ma anche ad altri dittatori mediorientali, e ha dato al suo personaggio un nome fittizio, Aladeen.

In The Interview, Kim Jong-Un viene chiamato per nome e aspramente criticato per le sue minacce nei confronti degli Usa e nella sua propaganda. The Interview ha un’impostazione filostatunitense rispetto a Il dittatore, che invece è una satira su come la democrazia dei Paesi occidentali sia solo una dittatura dei più ricchi, mascherata.

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Il risultato di The Interview è naturalmente molto divertente ed è uno di quei film a lieto fine che ti conciliano con il mondo: gli eroi scalcagnati e improbabili – Rogen e James Franco – aiutano a ristabilire la democrazia in Corea del Nord. Lungi dall’essere sottilmente destabilizzante come Il dittatore, anche The Interview ha fatto sollevare più di un sopracciglio, per usare un eufemismo: la Sony, che era distributrice del film, fu hackerata, con conseguente leak di film non ancora distribuiti e materiale riservato legato ad attori dell’azienda.

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