Il cinema e la tv, da molti anni ci raccontano il razzismo, replicando storie accadute che continuano ad accadere.

Avevo 12 anni la prima volta che ho visto Fa’ la cosa giusta di Spike Lee, in televisione (il film è del 1989). Nel presentarlo su Rai 3, Vincenzo Mollica disse che il regista aveva “anticipato” di due anni i moti di Los Angeles (in seguito alla celeberrima aggressione a Rodney King). In realtà, Spike Lee aveva rivisitato una storia accaduta a Harlem negli anni ’40, oltre che l’Howard Beach Incident (in cui era presente il dettaglio della pizzeria e della mazza da baseball), ma in buona sostanza il regista si era fatto portavoce di una prassi di odio che è all’interno del melting pot americano. E che viene riassunto in un dialogo pieno di stereotipi e insulti – che poi fu rivisitato in un monologo ne La 25a ora.

Fa’ la cosa giusta parla di una rivolta. Una rissa in una pizzeria viene sedata col sangue dalla polizia. A farne le spese è Radio Raheem, interpretato magistralmente dal compianto Bill Nunn, un ragazzone afroamericano che va pazzo per Fight the Power dei Public Enemy e che crede che l’amore sconfiggerà sempre l’odio. Alle mani ha otto anelli, che gli scrivono sulle dita «love» e «hate». Spike Lee li avrebbe indossati pubblicamente agli Oscar del 2019, per omaggiare l’amico attore scomparso nel 2016. Quando Spike Lee non vinse l’Oscar per Fa’ la cosa giusta, Kim Basinger si indignò, ma ancora oggi l’Academy è sotto osservazione per quanto riguarda la rappresentanza etnica, di genere, di orientamento sessuale.

Fa’ la cosa giusta (spoiler) non si conclude con la morte di Radio Raheem (che viene soffocato dal poliziotti chiamati per sedare la rissa), ma con la rabbia che la comunità afroamericana riversa su un altro nucleo etnico, gli italiani, colpevoli anche loro d’odio ma al tempo stesso vittime.

Quasi dieci anni più tardi, nel 1998, Edward Norton – che poi sarebbe stato protagonista proprio de La 25a ora – fu protagonista di American History X, un film che cercava di scandagliare le radici del razzismo, le radici dell’odio. C’è però una scena molto particolare in quella pellicola: il protagonista viene svegliato dal fratellino, di notte, perché un afroamericano gli sta rubando l’autoradio. Lui è un neonazista: esce di casa in boxer e anfibi, con una pistola, spara ai complici e bracca il ladro – che in realtà era un coetaneo con cui aveva avuto una discussione per la gestione di un campetto di basket pubblico a Venice Beach. Lo fa stendere, gli fa appoggiare la bocca aperta sullo spigolo del marciapiede e con un calcio gli rompe il collo. È una di quelle scene che non riesco mai a guardare, per quanto è dolorosa.

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Nel giugno 2016, quel dolore è tornato per me sullo schermo. Matthew Weiner (il creatore di Mad Men, per capirci) diresse un episodio di Orange Is the New Black intitolato The Animals. Il titolo è ispirato alla sigla della serie («The animals, the animals / Trapped, trapped, trapped ‘till the cage is full»): si tratta di un chiaro riferimento al modo in cui vengono trattate le detenute nelle carceri americane – l’intera serie è una denuncia al sistema privato, oltre che, soprattutto nell’ultima stagione, dei metodi dell’Ice – e fa porre una domanda interessante. Chi sono gli «animali» della canzone? Non le donne, le detenute, private della dignità, costrette a stare in piedi su un tavolo fino a pisciarsi addosso. Non le afroamericane, sbattute dentro a fare anni di detenzione per una semplice violazione di proprietà privata e 14 grammi di erba.

È proprio questa l’accusa che ha portato a Litchfield Poussey Washington, una brava ragazza afroamericana con un nome francese, interpretata dalla grandissima Samira Wiley. Durante una protesta per il trattamento delle detenute, Poussey corre in aiuto di un’amica che sta per essere portata nell’orrido braccio di Psichiatria e viene annientata con un ginocchio sulla schiena, tenuta a terra finché non smette di respirare. Anche quest’episodio è ispirato a un fatto di cronaca.

Quando ho letto di George Floyd, fermato dalla polizia di Minneapolis e tenuto giù, con un ginocchio sulla nuca finché non ha smesso di respirare, ho ripensato a tutto questo. Possiamo indossare una maschera, una divisa, ma se siamo governati dall’odio, l’odio viene fuori come un brufolo sotto a un fondotinta scadente. 

Possibile che il cinema, l’arte, la bellezza non riescano ancora a insegnarci nulla, se non che la storia si ripete? George Floyd sentiva di non riuscire a respirare. Sebbene metaforicamente, oggi non ci riusciamo neanche noi.

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