In queste settimane, c’è stato un dibattito interessante legato alla questione delle desinenze nella lingua italiana: provo a darvi il mio punto di vista.

Qualche settimane fa, proprio mentre era in corso Io non l’ho interrotta, è scoppiata sui social una diatriba a proposito delle teorie linguistiche di Vera Gheno sull’inclusività. Non mi concentrerò su eventuali ragioni o torti, ma voglio tentare un approccio che sia di analisi tecnica ma al tempo stesso anche umana.

Negli ultimi anni stiamo assistendo a una vera e propria rivoluzione culturale volta all’inclusività. Questa rivoluzione culturale è indirizzata in particolare al mondo femminile e al mondo Lgbtqai*. La stessa sigla si allunga sempre di più (suscitando l’ironia di Leo Ortolani in Cinzia) e si conclude con un asterisco, a indicare identità e orientamenti sessuali che potrebbero non essere (ancora) codificati. È abbastanza comprensibile: siamo fortunatamente in un’epoca che sta smettendo di ragionare in termini binari ed eteronormativi, sebbene molta strada debba essere fatta. Ma è un gatto che si morde la coda: i tempi che cambiano si riflettono sul linguaggio (ma le modifiche sono spesso più lente) ed è necessario modificare il nostro linguaggio affinché sia rispettoso. Non è quella famosa «dittatura del politicamente corretto» di cui parla l’alt right, perché il rispetto è ciò che noi, come esseri umani, dobbiamo a tutti e in particolare alle cosiddette minoranze (cosiddette perché non sono tali numericamente), che vengono da sempre discriminate.

Questo si traduce, dicevamo, in modifiche in alcune lingue. Le modifiche vengono individuate all’interno della normativa stessa di quella lingua e non fuori dalla normativa. Insomma, non c’è nessun folle che si alza la mattina e decide che il modo in cui abbiamo parlato finora è sbagliato. Facciamo l’esempio dell’inglese: le persone non binarie utilizzano il they/them come pronome personale. Ma l’inglese è una lingua anglosassone, ed è molto diversa dal latino da cui provengono le lingue romanze come l’italiano.

Se parlassimo ancora il latino, sarebbe sensibilmente più semplice, perché il latino contemplava tre generi: maschile, femminile e neutro. Il neutro, nel passaggio alle lingue romanze, è stato più che altro assimilato dagli altri due generi (soprattutto dal maschile), a parte qualche “relitto” o latinismo che utilizziamo in registri mediamente colti: per esempio i «desiderata», che sono letteralmente le cose desiderate.

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Partiamo da questo (ed è un ottimo punto di partenza): il latino ci deve guidare e ci deve fare capire se siamo sulla strada giusta. Esattamente come per i femminili di alcuni incarichi e professioni: avvocata, architetta, ingegnera, assessora, ministra, sindaca e così via. Perfino l’Accademia della Crusca si è espressa sul fatto che questi termini esistono (ed esistono perché hanno una radice latina) e non c’è ragione per cui non utilizzarli. E infatti vanno utilizzati. Ma così com’è rispettoso nei confronti delle donne utilizzare un titolo corretto o una giusta apposizione, ci deve essere lo stesso rispetto nei confronti delle persone non binarie o all’interno delle cerchie, delle quali potremmo non conoscere le singole identità di genere.

Siamo abituati a ragionare in termini maschili plurali, sia che la cerchia a cui ci rivolgiamo sia davvero composta da soli uomini, sia che la cerchia a cui ci rivolgiamo possa essere a prevalenza femminile, sia che appunto in questa cerchia siano incluse persone non binarie. Per capire l’operazione di alcuni linguisti come Vera Gheno, l’inclusione è fondamentale. Da tempo, nel canale scritto su registri informali (leggasi: i social), l’asterisco finale viene utilizzato in luogo delle “solite” desinenze del maschile plurale. Non c’è ancora una soluzione nel registro formale, che si rifà all’italiano standard, una bizzarra astrazione che abbiamo in Italia e che ci rende non troppo distanti dalla lingua di Dante. 

Per il parlato, i linguisti che tengono all’inclusione hanno elaborato due possibilità per i plurali delle cerchie: le desinenze in -u al posto dei maschili plurali, oppure le desinenze in schwa (Ə). Ho letto, prima di approfondire e fare le mie considerazioni, alcune argomentazioni contro sulla bacheca Facebook di un amico lombardo (non è un attacco personale, anzi credo sia stato un ottimo spunto di riflessione): questi si chiedeva l’utilizzo pratico di queste desinenze. È comprensibile che fosse confuso: per molto tempo, gli italiani si sono sentiti “figli” di Mike Bongiorno, con le sue “e” aperte molto milanesi. La televisione italiana, dopo aver contribuito a diffondere la grammatica normativa standard negli anni ’60, ha infatti amplificato successivamente quella sorta di assimilazione linguistico-fonetica teorizzata da Pier Paolo Pasolini. Il Maestro riteneva infatti che moltissimi italiani, soprattutto del Sud e soprattutto tra coloro che si erano spostati al Nord per lavoro, avessero iniziato a considerare accenti e intonazioni nordiche come le più vicine all’italiano da utilizzare. Non tutti gli accenti e le intonazioni del Nord però, ma solo quelli all’interno del triangolo industriale Milano-Torino-Genova.

Perché vi spiego questo? Perché oggi stiamo assistendo a qualcosa di completamente diverso dal punto di vista culturale. Sempre più persone scelgono di restare al Sud o decidono di svernare (nell’inverno della propria vita anziché in quello del loro scontento) nel Mezzogiorno d’Italia. E accanto a una narrazione che storicamente parla di arretratezza culturale, se ne fa strada una piacevole, che parla di lentezza, di godersi il momento presente, di sole e di mare. Cosa significa dal punto di vista linguistico? Che sicuramente oltre la metà della popolazione italiana (e la percentuale è tendente a una continua crescita seppur di anno in anno) parla, fruisce o quanto meno ascolta un dialetto meridionale mediano e un italiano regionale che è di pertinenza delle zone al di sotto della Linea Gotica (lo so che è un paragone storico-politico, ma anche il Po o il Rubicone potrebbero forse venirci in aiuto per visualizzare astrattamente la divisione geografica). Una delle caratteristiche dei dialetti meridionali mediani, in particolare quelli campani, è l’utilizzo della schwa. Questo significa appunto che almeno metà della popolazione ha dimestichezza con questo suono nelle finali (ossia la cosiddetta finale indistinta). Più complesso è il discorso delle desinenze in -u, che invece sono proprie dei dialetti meridionali estremi, come il salentino, il calabrese estremo e il siciliano (e quindi parliamo anche di una minoranza numerica, quella di una regione, seppur grande e popolosa, e un paio di province molto isolate).

Le mie conclusioni: forse la schwa è la soluzione giusta in luogo dei maschili plurali. Forse non tutti avremo immediatezza nell’usarla, ma soprattutto agli amici lumbàrd dico questo: provateci, in fondo noi abbiamo imparato ad aprire le “e” fino all’inverosimile.

Alla fine di questo video, Andrea Baccassino spiega come i salentini si siano abituati a parlare il milanese.
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