Il cartellone di Chiari di Luna a Maglie ha portato in scena il nuovo spettacolo firmato da Massimo Giordano e Giovanni Delle Donne, Mamma li Turchi.

Cos’è accaduto nell’estate del 1480 a Otranto? Sicuramente c’erano i pescatori. C’erano le mogli dei pescatori che li attendevano a riva, talvolta invano. C’erano i bambini, i vecchi. C’era un luogo tranquillo, che affrontava con ironia le diseguaglianze sociali, gli spagnoli che, lungi dall’ottemperare al loro ruolo difensivo, erano più delle presenze inquietanti, anche se poi in fondo andava bene così. L’incipit di Mamma li turchi, nuova piece teatrale di Massimo Giordano e Giovanni Delle Donne parte proprio da queste premesse, ma si espande a raccontare un capitolo di storia forse troppo striminzito sui nostri manuali.

Mamma li Turchi parla di un martirio, quello del popolo idruntino. È, quella del martirio dei cristiani, una storia che si ripete – e si estende ad altri popoli e ad altre religioni. Numericamente parlando, sospetto però che i cristiani costituiscano una minoranza in molte parti del mondo e che quindi il fenomeno il colpisca in maniera decisamente terribile. Qualche anno fa, leggevo un meraviglioso reportage su Vanity Fair che parlava dello stillicidio compiuto quotidianamente ai danni dei cristiani copti in Egitto. E, se stiamo in ascolto, possiamo ascoltare le più disparate storie di persecuzioni proprio vicino a noi: come quella che mi ha raccontato Irina, una donna di un Paese ex sovietico che vive nella mia nuova città, e che si è dovuta sposare di nascosto, con il prete in casa, perché i matrimoni religiosi erano proibiti ai cattolici come lei. E non a caso Mamma li Turchi è dedicato proprio a queste persone, a quei cristiani che soffrono per la discriminazione, le violenze, gli omicidi a causa della loro fede.

Come nella migliore tradizione narrativa legata al massacro di Otranto, anche Mamma li Turchi utilizza l’escamotage dell’invenzione: il centro è Rocco, un ladro geniale e gentiluomo, un truffatore raffinato che riconosce il valore della bellezza. E che a me, per certi versi ha ricordato un dipinto di Goya (anche se i tempi storici non corrispondono affatto).

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📜Titolo: Il 3 maggio 1808👨‍🎨Autore: Francisco Goya 🕰️Anno: 1814 🏛️Ubicazione: Museo del Prado, Madrid. . Il 3 maggio 1808 è una grande tela (circa cm270x350) conservata al Prado di Madrid. Siamo al cospetto di uno dei grandi capolavori di Goya, uno dei sommi maestri della pittura. L’opera coglie un momento drammatico della storia spagnola, l’invasione delle truppe napoleoniche e la resistenza del popolo madrileno. Goya immortala il momento della fucilazione stringendo in maniera quasi insostenibile il campo: fucilieri e condannati si sfiorano. Da una parte i soldati francesi sono implacabilmente ordinati e schierati al punto da perdere la loro stessa identità; non esistono più come esseri umani distinti, ma come plotone che esegue un ordine. Di fronte a loro, illuminati dalla forte luce di una lanterna, vediamo i ribelli, ognuno con una propria connotazione, ognuno profondamente umano nel momento della morte. L’uomo con la camicia bianca alza le braccia: è la resa disperata, forse un ultimo tentativo di invocare pietà. Al suo fianco un frate si racchiude nella preghiera, mentre un popolano stringe i pugni manifestando la sua rabbia impotente. Ai loro piedi dilava il sangue di chi li ha preceduti, dietro di loro sopraggiungono altri condannati. Raccontando un evento storico, Goya ci restituisce con l’immane potenza di cui è capace, tutta la tragedia e la sofferenza dei condannati, ma anche la gelida disumanità dei carnefici che nascondono il volto nel buio della notte … nel sonno della ragione. . #3maggio1808 #goya #franciscogoya #prado #museoprado #madrid #fucilazione

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Rocco, fin da quando era bambino, è innamorato di una sua compaesana, Lucrezia. Ma il loro status sociale tanto differente li ha divisi da quando erano poco più che ragazzini e Lucrezia è finita tra le braccia di un uomo molto potente. A Rocco, che conosce bene i più reconditi angoli della città, non resta che infilarsi ogni giorno a casa di Lucrezia, per guardarla e amarla da lontano, per poi tornare al suo rifugio tra i manoscritti nel monastero di Casole. Ma un giorno arrivano i Turchi e tutto cambia: tutto quello che Rocco e gli otrantini credevano di sapere è falso. Le alleanze, le convinzioni politiche e sociali, i legami famigliari. Ma al tempo stesso gli otrantini si stringono tra loro, fino al massacro e anche oltre.

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Quando si assiste a Mamma li Turchi accade una cosa strana. Si ride, soprattutto nella prima parte dell’opera. Poi si piange. E si ascolta, nel buio silenzio dell’arena che ospita la messa in scena, da lontano, un altro spettatore ridere. E mentre ride, il riso si spegne improvvisamente. La piece ha un ritmo incalzante e corre veloce, nonostante le vicende narrate si snodino per svariati giorni. E termina con un finale aperto, che fa sorridere e fa sperare, ma lascia un po’ l’amaro in bocca, come tutte le volte in cui le cose belle finiscono.

Ma al tempo stesso ogni spettatore può trovare una chiave di lettura diversa: si scava nell’orrore delle torture e degli eccidi perpetrati dagli Ottomani, ma si finisce per chiedersi, con Oscar Wilde, se il mistero dell’amore sia più grande che il mistero della morte. È l’amore che spinge Rocco a fare appello a tutto il suo genio per gabbare i Turchi – in una scena che, se fosse un fumetto, sarebbe scritto da Leo Ortolani che incontra Frank Miller. E quando tutto finisce, restano delle nenie lontane nel tempo e nello spazio, la cultura che brucia, le immagini di una strage impressa nella memoria, lo scalpitio del cavalli ma anche la speranza. Come Quentin Tarantino che salva Sharon Tate in C’era una volta a Hollywood, Giordano – che è anche l’attore e il regista di questo intenso monologo – e Delle Donne salvano Rocco, un Rocco uguale e diverso dai Rocco protagonisti delle precedenti piece a quattro mani Papa Galeazzo – Vita, morte e miracoli e La guerra di Rocco, proiettandolo forse verso una prossima, emozionante opera.

La foto in evidenza è pubblicata per gentile concessione dell’autore Andrea Colella.

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