Spesso i film ben fatti trovano collegamenti nella realtà, casuali o voluti. Della prima categoria fa parte L’esercito delle 12 scimmie, bella storia del 1995 tornata in auge nel 2020.

di Paolo Merenda

Va detto che, al netto dei collegamenti al periodo attuale, L’Esercito delle 12 Scimmie di Terry Gilliam, con Bruce Willis che fa da chioccia a un (relativamente) giovane Brad Pitt, è una gran bella storia. È un mix tra fantascienza pura, genere distopico con punte da vero filone drammatico, che incontra i favori di molti appassionati. E perché no, anche tra gli addetti ai lavori, dato che RottenTomatoes indica un gradimento dell’89%.

Lo zoccolo duro di appassionati si è però ampliato da quando la pandemia di Covid si è abbattuta sul genere umano, così come un altro virus letale costringe i sopravvissuti a vivere sottoterra nella pellicola di Terry Gilliam, già membro del brillante collettivo dei Monty Python. Da un futuro post apocalittico del 2035, dove il 99% delle persone è stato spazzato via dal virus, viene mandato indietro nel tempo James Cole (Bruce Willis), che in cambio della grazia per i suoi crimini deve trovare l’origine del contagio e comunicarla agli scienziati nel futuro. Durante i viaggi nel tempo, incontra Jeffrey Goines (un camaleontico Brad Pitt, meritato vincitore di un Golden Globe per l’interpretazione), e viene il dubbio che sia proprio James Cole, nel tentativo di evitare il contagio, a dare l’idea a Goines, prima della parte finale, arricchita dai colpi di scena.

In realtà, il lavoro cinematografico che è stato maggiormente accostato al periodo attuale è Contagion, 2011, in cui vi è addirittura lo spillover, il passaggio da animale a uomo, simile a quello purtroppo avvenuto in realtà. Difatti la base per L’Esercito delle 12 Scimmie è La Jetée, cortometraggio francese del 1962, che ha qualcosa in comune con il film del 1995, ma che essendo nato più di 30 anni prima (e quasi 50 prima di Contagion) risente di una trama diversa dai prodotti moderni.

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Sia in Contagion che ne L’Esercito delle 12 Scimmie, però, è interessante il modo in cui viene descritta una pandemia. Come vediamo, in Italia, in alcune zone si può perfino andare al ristorante a pranzo, mentre ogni parto della fantasia trascina tutto alle estreme conseguenze e qualunque mossa per tornare alla normalità incontra ostacoli sulla strada. Non deve stupire questa grossa differenza, il mondo dell’intrattenimento di norma porta talvolta al parossismo anche le storie d’amore, con un lieto fine nella stragrande maggioranza dei casi. L’esagerazione si trova quindi anche nei thriller o, come in questo caso, i film distopici o fantascientifici. I militari per strada in Contagion, gli umani costretti a vivere sottoterra per sfuggire al virus del film di Gilliam, sono nell’approccio simili.

Mi viene in mente un aneddoto, legato a Che cosa aspettarsi quando si aspetta, pellicola del 2012, e che narra di cinque coppie in attesa di un figlio. Ebbene, era stato pensato per cinque possibili finali, tra cui la perdita del bimbo in gravidanza, un parto liscio come l’olio e così via. C’era anche una mamma che, nella prima versione, sarebbe dovuta morire lasciando il padre col neonato, ma la visione di prova lasciò, per usare un eufemismo, così tanto scontenti gli spettatori che venne riscritto il segmento e la madre si salvò. L’esagerazione, quindi, del fatto che tutto va bene (o tutto va male, a seconda dei generi) in quell’occasione si è ripetuta.

Cosa riserva il futuro? Parlo ovviamente dell’industria cinematografica. Credo che i prossimi film sulla pandemia non saranno così parossistici, ma che magari affronteranno la questione da parte di un piccolo gruppo di persone, senza abbracciare la questione a livello globale e lasciando spiragli per gli sviluppi psicologici più che per morte e devastazione. Intanto noi speriamo di tornare al cinema al più presto.

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