La notizia è sulla bocca di tutti. C’è una mamma a Roma che ha perso il suo bambino a 3 giorni dal parto. Pare che il neonato sia rimasto soffocato mentre lei lo allattava. Questo solleva molte perplessità.

Gli interrogativi che la morte di questo bimbo solleva sono davvero tantissimi. La madre era sola? E se lo era, perché? È stato fatto qualcosa per alleviare la sua stanchezza? Esistono dei protocolli di sicurezza in questi casi? Questi sono degli interrogativi specifici, ma ce ne sono altri che sono più generici. E non possiamo più dare la colpa al Covid. Probabilmente sul caso specifico sapremo di più dopo l’indagine, ed eventualmente il processo, se ci sarà.

Certo, la sanità è in affanno. Lo comprendo e sono certa che dappertutto ci siano operatori sanitari che fanno più del loro dovere. Ma la questione della violenza ostetrica non è sorta con l’emergenza Covid. C’era da prima e ci sarà ancora se qualcuno non vi porrà rimedio. Le sue forme sono tantissime e partono da un presupposto: nessuna donna, potenzialmente, è pronta a essere madre. Non lo è perché le giungono informazioni parziali, incomplete, discordanti. Su di lei c’è una grande pressione, e la società di mette il carico da un milione, perché la verità è che quando una donna diventa madre, per moltissimi diventa solo quello. Oppure una supereroina che deve fare tutto contemporaneamente. Per questo scelgo di raccontarvi alcune cose che mi sono accadute.

Ai tempi del mio parto avevo un cliente per cui facevo da smm, che successivamente ho scaricato. Pretendeva che lavorassi anche nei giorni in cui mi trovavo in ospedale per partorire. Io in ospedale ci rimasi per una settimana, a causa di alcune complicazioni sorte proprio a causa della violenza ostetrica.

Arrivai in ospedale che avevo le contrazioni a 5 minuti di distanza l’una dall’altra, come mi avevano richiesto. Erano le 19, ma avevo le contrazioni dalle 14. Era una domenica. In ospedale mi depilarono e mi misero nella stanza del tracciamento. Il battito cardiaco del bambino scese per due volte. Fui rimessa in camera: il ginecologo di turno, che non avevo mai visto, diceva che non ero pronta. Il mio compagno lo cercò, per chiedere di aiutarmi a partorire: rispose con sufficienza che sicuramente non avrei partorito quel giorno.

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Verso le 2 di notte qualcosa cambiò. I dolori iniziarono a diventare più intensi, iniziai a perdere sangue. Mi portarono in sala travaglio, dove rimasti fino quasi alle 9 del mattino. Non mi dilatavo più di 5 centimetri. Non ho mai visto il ginecologo in queste ore. Le ostetriche, che a onor del vero erano gentili ma forse impreparate a quell’imprevisto, mi tennero compagnia e si diedero il cambio alla fine del turno. Il mio compagno e mia madre si alternarono al mio fianco, cosa di cui oggi con il problema del Covid non si può beneficiare.

Quasi alle 9 arrivò la mia ginecologa, che predispose un cesareo d’urgenza. In due minuti il mio bimbo fu fuori. Lo sentii piangere, me lo fecero vedere un attimo tutto incartato in una coperta e poi lo portarono via. Non mi dissero nulla. Per giorni lo sottoposero a terapie di cui non avevo informazione. Una mattina chiesi al primario di pediatria, che mi rise in faccia e se ne andò senza darmi risposte. Alle mie dimissioni seppi che al parto mio figlio era stato rianimato.

Non vedevo l’ora di tornare a casa. Sono molto bassa e il letto era per me troppo alto e fastidioso. Avevo problemi ad allattare. Ho iniziato a sviluppare lesioni sui capezzoli. Ma una volta tornata a casa la situazione non migliorò. Continuavo a non riuscire ad allattare, non riuscivo neppure a tirare il latte con il tiralatte elettrico. Andai in ospedale, dove un’infermiera mi strinse il seno molto forte: fu questo tutto l’aiuto che seppe darmi.

Solo il pediatra di libera scelta riuscì a venirne a capo: dovevo usare dei paracapezzoli e fare l’allattamento misto. Il mio latte non era molto nutriente, l’allattamento misto sarebbe solo servito per passare al bimbo gli anticorpi.

Quando ripenso al mio parto, penso con riconoscenza alla ginecologa e al primario di ginecologia che mi fecero il cesareo e salvarono la vita al mio bambino. Penso al pediatra che scelsi, che si è sempre dimostrato attento e scrupoloso. Ma la sofferenza, i rischi corsi, la paura, la frustrazione, la rabbia non riescono a essere apparati. Poteva andarmi decisamente peggio. Ad altre donne accade, e siamo qui a parlarne perché ci piacerebbe che questi nostri monologhi fossero ascoltati. Ma neppure questo mi sembra accada.

Alla mamma di Roma e a tutte le donne che si sono ritrovate a dover affrontare questa esperienza va la mia solidarietà, la mia vicinanza. Mi piacerebbe avere il potere di fare qualcosa. So che questo racconto sarà una goccia nell’oceano, ma non dobbiamo smettere di far sentire la nostra voce.

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