Primo film di una serie di cinque pellicole, Final Destination parte da un’idea molto forte e profonda.

di Paolo Merenda

20 anni possono essere tanti per un film, e il rischio di mostrare i segni del tempo è alto. Così non accade per Final Destination, distribuito appunto nel 2000, e anzi nel corso degli 11 anni seguenti diventato una serie di cinque film (2003, 2006, 2009, 2011 gli anni di uscita degli altri). Ma a cosa deve il successo?

Sicuramente all’idea, innanzitutto. La prima scena, con il disastro aereo sognato dal protagonista Alex Browning (interpretato da Devon Sawa) e verificatosi poco dopo nella realtà, è tra le più iconiche della storia recente del cinema horror. Il volo 180 diretto a Parigi, infatti, resta nella mente dei fan del genere horror, come anche le curiose morti di quanti sono sopravvissuti all’incidente. Non si può sfuggire alla morte, è questo il senso del film: si può andare a vivere in una baita a prova di bambino oppure fregarsene della “maledizione” e andare avanti indisturbato con la propria vita, ma i ragazzi destinati a morire nel volo 180 dovranno pagare il loro estremo dazio.

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Il significato filosofico della storia non sfugge certo, ovvero di saper apprezzare anche le piccole cose che ci vengono offerte. La fine della vita nella finzione scenica, qualcosa di meno esiziale nella realtà, ma tutto cambia continuamente ed è quindi bene fermarsi e concentrarsi su quanto di buono incontriamo nel viaggio.

Ottima la scelta del cast (in cui spiccano i più celebri Kerr Smith, Seann William Scott e Brendan Fehr): se, nel corso degli anni, c’è stata una sovraesposizione di adolescenti in film e telefim, tanto da riprendere la storia di Superman, o ancora Norman Bates, indimenticabile personaggio di Alfred Hitchcock, e altri pur di porli nella scuola superiore in vista del diploma e delle scelte importanti della vita, qui la scolaresca è totalmente asservita alla trama. Il volo è di un gruppo di studenti in gita, mentre i genitori hanno un ruolo, certamente minore ma presente, e la loro paura di morire spezza in modo netto il modo di pensare dei ragazzi. Tutto molto efficace, insomma, e che rende bene sullo schermo.

Il posto preso nel cuore degli amanti del genere ha portato i produttori a spremere forse un po’ troppo la storia, con altri quattro film, tre sequel e un prequel, che hanno in parte minato la magia ma senza mai intaccarla seriamente. Altro particolare che fa capire quanto questa storia sia valida e ben narrata.

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