Dal romanzo d’esordio di Stephen King alla più recente trasposizione cinematografica, il personaggio di Carrie White ha un peso sempre maggiore.

di Paolo Merenda

Probabilmente, durante la stesura del romanzo che sarebbe diventata la sua opera d’esordio, Stephen King non aveva idea del potere che il personaggio di Carrie White avrebbe avuto. Non mi riferisco ai suoi poteri telecinetici, ma al saper incunearsi in molti campi dell’arte e ispirare diversi registi per trasposizioni cinematografiche più o meno fedeli.

Lo scrittore residente nel Maine infine pubblicò la storia nel 1974, e solo due anni più tardi diventò un pregevole e apprezzato film di Brian De Palma, dal titolo italiano Carrie – Lo sguardo di Satana. Ne abbiamo già parlato su questo blog, ma non del discusso seguito, Carrie 2 – La furia per la regia di Katt Shea. Meno apprezzato del precedente, è uscito nel 1999, 23 anni dopo il primo, e nella sua linea temporale prende il via 20 anni dopo il drammatico ballo studentesco. Una delle cose notevoli è in realtà la presenza di Amy Irving, già presente nel Carrie originale, e che interpreta di nuovo Sue Snell. Non è un caso che sia l’unica a comparire in tutte e due le pellicole legate alla figura di Carrie, proprio perché è una delle poche a sopravvivere alla furia omicida della ragazza con i poteri paranormali.

Spostandoci tre anni più tardi, arriviamo al 2002, quando Carrie White prende un nuovo volto, quello dell’attrice Angela Bettis, nell’adattamento per la tv di David Carson. Anche qui, qualche punto di forza non manca: è difatti la versione più fedele al romanzo originale. Nel 2013, infine, con Kimberly Peirce dietro la macchina da presa e Chloë Grace Moretz nel ruolo di Carrie, il film più recente, Lo sguardo di Satana – Carrie. Il confronto di quest’ultima attrice con Sissy Spacek, la Carrie “originale”, è però impietoso, ma vale anche per Bettis, in quanto Spacek, con la sua delicata fragilità, è riuscita davvero a coglierne l’essenza.

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I rifacimenti, gli omaggi e i richiami sono finiti qui? Nemmeno per sogno, anche se con I am not okay with this, serie televisiva distribuita da Netflix nel 2020, si va nel campo grigio di uno studio più libero sull’opera originale. La serie tv è infatti vagamente ispirata a Carrie, anche se la protagonista, l’adolescente Sidney Novak, affronta la stessa parabola della ragazzina fragile creata da King. E Stephen King permea I am not okay with this, in realtà: seppur sia stato soppresso dopo l’emergenza Covid (e quindi può sempre riprendere, se l’emergenza dovesse rientrare a breve), è un telefilm prodotto dagli stessi tipi di Stranger Things, la serie tv che prende a piene mani dalla produzione kinghiana. In I am not okay with this, ad esempio, troviamo gli attori che impersonificano Beverly e Stan di It (il film nuovo, non la versione storica degli anni ’90) da piccoli. L’impatto, di trovarsi dentro una produzione legata al Re del brivido, è forte.

E la musica? Ovviamente non è esente dal canto di sirene di Carrie: gli Europe hanno inciso il singolo omonimo nel 1987, una power ballad tra le migliori nella storia. A dirlo, nel 2014, Yahoo! Musica, che la classifica al 18esimo posto. David Guetta, invece, riprende la trama del libro per il videoclip del pezzo Titanium. In realtà, la storia del ragazzino nel video miscela parti di Carrie e altre di Charlene McGee, la bambina del romanzo L’incendiaria. Ma sempre di un parto della mente di Stephen King parliamo, il genio che tiene i fili resta lui.

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