Qualche mese fa su Netflix è uscito Disclosure, documentario con Laverne Cox sul modo in cui i media hanno raccontato e raccontano oggi persone transgender o non binarie.

Quando ho iniziato a vedere Disclosure su Netflix, ho sentito subito il bisogno di contattare degli amici che si occupano di promozione del cinema a tematica Lgbtqai*. Perché dentro di me ho pensato: «Quanto questo film riesce a spiegare l’errore culturale alla base della raffigurazione delle persone transgender nel cinema e nella tv!». Avevo visto un solo documentario a tema, precedentemente, Immaginare T di Naike Anna Silipo, gli altri erano tutti film o biopic (tipo La moglie del soldato oppure The Danish Girl).

Il primo sentimento che ho provato è la vergogna. Vergogna perché proprio dall’inizio Disclosure punta il dito su due prodotti televisivi che amo particolarmente, Twin Peaks e How I Met Your Mother

La spiegazione che il documentario dà su Twin Peaks è però parziale: l’accusa è rivolta a David Duchovny e al suo personaggio di Denise Bryson, così come appare nella seconda stagione della serie. In effetti, è bizzarro che una persona transgender sia interpretata da un uomo cisgender en travesti, sebbene sul messaggio (e per la causa) David Lynch ha fatto decisamente molto nella terza stagione. Quel «Fix your heart or die!» di fronte a Denise, la cui transizione è ormai completa, divenuta capo dell’Fbi, è la croce dei transfobici e la delizia di tutti i fan. 

Più complesso è invece il discorso di How I Met Your Mother, che spesso utilizza battute vecchie e scontate sulle persone trans, e che non facevano ridere neppure negli anni ’80. Mi sono vergognata soprattutto per questa serie, che è riuscita a descrivere così bene la mia generazione, ma forse non l’ha descritta adeguatamente e rispettosamente per questo aspetto (forse riutilizzando l’impianto comico di Friends che, anche se non è una giustificazione, resta una serie degli anni ’90, con tutti i limiti che questo può significare).

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Disclosure è fondamentalmente un excursus ragionato e commentato di come l’immaginario sulle persone transgender si sia modificato dagli esordi del cinema a oggi, di come si sia partiti fondamentalmente da un campionario ridicolizzato di personaggi crossdresser fino a vere persone transgender che interpretano personaggi transgender, svelandone l’universo. Lo stesso titolo del documentario significa «rivelazione, scoperta». 

La rivelazione, la scoperta, che un tempo era una brutta sorpresa, qualcosa per cui il protagonista de La moglie del soldato sentiva il bisogno di vomitare, ora diventa solo un dato di fatto: perché è questo il genere in cui ci si riconosce, un dato di fatto. Per raccontare il cambiamento, nel documentario si ricorre a quest* fantastic* artist* transgender o non binari che vediamo oggi nei film e nelle serie tv che ci piacciono di più, come appunto Laverne Cox (da Orange Is the New Black), Lilly Wachowski (una delle creatrici di Matrix e Sense8), Jamie Clayton (da Sense8) e Chaz Bono (da American Horror Story), giusto per citare i protagonisti delle opere a me più vicine.

La questione più interessante è però nella conclusione di Disclosure. Mai come oggi le persone transgender sono esposte mediaticamente: questo fa aumentare l’odio nei loro confronti. Il fenomeno magari non tocca gli artisti, ma le persone che sono per strada, che rischiano di essere discriminate, insultate, ferite o uccise. Per questo è fondamentale che alla narrazione si affianchino delle politiche apposite: quando tutti avremo capito che il genere che ci viene attribuito alla nascita non sempre è quello che percepiamo per noi stessi e che non si può ragionare sempre e solo in termini binari, sarà quanto meno un bel passo avanti.

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